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Il blog di Alessandro M. 
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Francesco Costa

 

Sì, il dibattito sì

A pensarci bene, si tratta di una cosa tipicamente italiana. Come nel calcio: la squadra in vantaggio – anche con un risicatissimo uno a zero – preferisce giocare in difesa, fare catenaccio e aspettare il novantesimo. La squadra che perde si getta in attacco, all’arrembaggio, guidata non dal coraggio bensì dalla dalla disperazione: dovessero raggiungere il pareggio e, perché no, passare in vantaggio, le parti si ribalterebbero all’istante. Per questo motivo l’annosa e noiosa questione del dibattito tra i candidati a segretario del Pd è la cosa più grigia, deprimente e prevedibile che potessimo aspettarci al ritorno dalle vacanze.

Nelle democrazie sane, nei partiti sani, questo tipo di problemi non esiste. I concorrenti a una qualsiasi carica, sia questa la leadership di un partito o un incarico pubblico, dibattono e si confrontano senza timori. Lo fanno perché vogliono mostrarsi migliori dei propri avversari, metterli in difficoltà, sfidarli. Lo fanno perché gli elettori lo vogliono, e qualunque rifiuto a partecipare a un dibattito equivarrebbe alla morte di ogni aspirazione: nessuno vuole votare un fifone o chi con freddo cinismo antepone il proprio personale calcolo alla qualità della loro opinione. Ma lo fanno soprattutto per una motivazione fondamentale, sulla quale concordano tutti: che è giusto. Citare le recenti elezioni presidenziali americane può essere fuorviante, perché il paragone è un po’ forzato. Ma tra i ventisei dibattiti a cui hanno preso parte Hillary Clinton e Barack Obama, e quelli a cui parteciperanno i candidati alla segreteria del Partito Democratico (zero), non dovrebbe essere complicato trovare un compromesso soddisfacente.

Nelle democrazie malate, nei partiti malati, si propone invece il meccanismo della partita di calcio di cui sopra. Nel 2001, quando Berlusconi era sicuro della vittoria, Francesco Rutelli chiese disperatamente un confronto televisivo, affermando di avere «tre domande da fare a Silvio Berlusconi». Santoro e Vespa misero a disposizione i loro studi ma non se ne fece nulla. Rutelli si arrabbiò – «Dimostra fifa e arroganza» – ma gli italiani votarono comunque Berlusconi, tra gli strali degli elettori democratici. Nel 2006, copione ribaltato: Prodi in vantaggio e Berlusconi a chiedere un confronto. Solo che qui Prodi accetta (bravo) e gli elettori si godono non uno ma ben due confronti televisivi: il primo vedrà il Professore uscire vincitore, il secondo sarà completamente appannaggio di Berlusconi, con la nota promessa finale sull’abolizione dell’Ici. Nel 2007 si vota per eleggere il primo segretario del Pd. Rosy Bindi ed Enrico Letta chiedono più volte un confronto televisivo, ma il front-runner Walter Veltroni taglia corto: «In tv ci vado pochissimo e ci andrò ancora meno». Non passano nemmeno nove mesi che arrivano le elezioni politiche. Il candidato in vantaggio è di nuovo Berlusconi e allo sfidante dell’opposizione, lo stesso Walter Veltroni di prima, viene improvvisamente voglia di andare in tv: «Penso che per i cittadini sia un grande torto non concedergli la possibilità di sentire le opinioni a confronto». Una giravolta mica male, no?

Dato che tra un mese si vota per eleggere (di nuovo: durano poco) il segretario del Partito Democratico, Giuseppe Civati ha proposto ai tre candidati un confronto pubblico. Ignazio Marino ha dato immediatamente la propria disponibilità, ma i due maggiori candidati sembrano non volerne sapere. Franceschini ha mostrato di avere senso dell’umorismo, dichiarando che il confronto «ci sarà l’11 ottobre, durante la convenzione», mentre Bersani non si è neppure degnato di rispondere. Come da copione, insomma: anche loro due hanno più cose in comune col premier di quanto possa sembrare. Agli elettori democratici, gli stessi che hanno pensato ogni male di Berlusconi per il suo essersi sottratto al confronto nel 2001 e nel 2008, la cosa sembra non importare molto. Voteranno davvero per qualcuno che replica esplicitamente i comportamenti del loro odiato avversario, e che con ogni probabilità nel 2011 implorerà Berlusconi o chi per lui di partecipare a un confronto, riempiendosi la bocca di pompose dichiarazioni sulla democrazia e l’importanza del dibattito? Probabilmente sì, e perderanno ancora: dovendo scegliere tra un candidato berlusconiano e uno che imita i suoi pavidi trucchetti professandosi nuovo e alternativo, gli italiani continueranno a preferire l’originale.

(per Giornalettismo)

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Una candidatura che parte male

Dice Francesco Costa:

Emidio giustamente si chiede come ha fatto Beppe Grillo ad annunciare la candidatura alla segreteria del Pd senza nemmeno leggere lo statuto del partito, che stabilisce che può candidarsi solo chi è iscritto “alla data nella quale viene deliberata la convocazione delle elezioni”. Beh, ha fatto come quella volta che raccolse centinaia di migliaia di firme per un referendum, quando sapeva già che non sarebbero state valide. Una sceneggiata, un po’ di pagine sui giornali (bravi, bene) e poi qualche settimana di urlacci al complotto.

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PD Soap: nelle puntate precedenti

State attenti a non perdere il filo ché poi non capite più quello che sta succedendo.
Francesco Costa ci mette in guardia su un possibile inciucio di proporzioni megagalattiche dentro il PD  e gode dell'appoggio che Bassolino da a Bersani, perché Bersani non è il suo candidato di riferimento (che è Marino).

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Copio&Incollo: More of the same @ Francesco Costa

Difficile non essere d'accordo con questo:
 
Io lo so che da qui al 25 ottobre avrò modo di dire, pensare e scrivere questa frase un miliardo di volte, per cui ecco la prima: c’è un limite a tutto. Qualcuno dovrebbe spiegarlo a Massimo D’Alema, il cui livore ha evidentemente accecato la proverbiale intelligenza. Alla sua età, e col suo curriculum, dovrebbe pensare di fare lo statista, il grande saggio, piuttosto che comportarsi come un Gasparri qualsiasi. Chiede di non utilizzare toni da resa dei conti e poi dice all’attuale segretario che è poco più di uno scemo. Chiede di parlare dei problemi del paese e poi imbastisce comizi interi sulle primarie, il plebiscitarismo, l’apparato, eccetera. Sostiene che è assurdo che i dirigenti del partito passino il tempo a farsi la guerra tra loro, lui che dall’aprile del 2007 non ha avuto altra preoccupazione che fare la guerra a Veltroni, con ogni mezzo. Per non parlare del narcisismo compiaciuto e infantile dell’annunciare “scosse” ogni due per tre, così da essere ritenuto a capo di ogni complotto quando le scosse arrivano. Marino non avrebbe “l’esperienza necessaria” a guidare un partito, dice. Beh, abbiamo già visto di cosa sono capaci i leader di esperienza di questo partito. Grazie, basta così.
 
E questo di D’Alema è solo un esempio: dall’altra parte ci sono le sparate di Marini, le condizioni di Rutelli, le prepotenze di Fioroni, eccetera. In molti sostengono che Marino dovrà attaccare Franceschini e Bersani per farsi notare, per emergere nel dibattito. Se questo è il livello del dibattito che propongono Franceschini e Bersani, se questa è la discussione sul paese che pensano di impostare, se pensano di prendersi a randellate da qui a ottobre, durante l’estate parecchie cose sono destinate a muoversi e cambiare. E a Marino basterà fare il suo – parlare al paese, inventarsi delle cose, farsi inseguire – per mettere a nudo la pochezza umana e la mediocrità politica dei suoi avversari. Poi potrà sedersi, e aspettare che la segreteria del Pd gli rotoli ai piedi.

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Il punto sul PD

Se volete essere già imparati quando tutti parleranno di piombini e del prossimo congresso del PD meglio che clicchiate il link qui sotto.
 
http://www.francescocosta.net/2009/05/14/e-queste-sono-ancora-scaramucce/

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