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Il blog di Alessandro M. 
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Bersani

 

Del saper cosa ci aspetta

Del saper cosa ci aspetta

Niente. Ci hanno provato a trattenersi, ma alla fine non ce l’hanno fatta. Non hanno resistito. Dopo un anno passato ad avvelenare i pozzi, a fare il controcanto a Veltroni, a rispondere in modo ambiguo e sibillino a ogni sua dichiarazione, a minare continuamente il suo già traballante operato con mezzi più o meno ortodossi, dai pizzini in su, verrebbe da pensare che i dalemiani possano oggi finalmente godersi la loro vittoria. Smetterla coi mezzucci e passare all’incasso, a testa alta, magari facendo pure bella mostra di sé e gestendo la vittoria con correttezza e fair play. Non ce l’hanno fatta. Il richiamo delle vecchie abitudini è stato più forte e alla fine ha avuto la meglio. A congresso vinto, in rampa di lancio verso la conquista della segreteria del partito, Filippo Penati, coordinatore nazionale della mozione Bersani, ha deciso di fare il bullo. “Franceschini di fatto non è più il segretario perché non ha ottenuto il consenso da parte di due terzi del partito che sta gestendo”. Bùm.

Oltre a essere una scemenza nei termini, perché chi è o non è “di fatto” il segretario sarà deciso dalle primarie del 25 ottobre, e fino a quel giorno il segretario “di fatto” si chiama Dario Franceschini, le parole di Penati lasciano immaginare quale sarà l’andazzo del Pd a gestione bersaniana. La conquista della segreteria non cambierà il loro modo di, ehm, fare politica: cannonate sugli avversari, dichiarazioni ambigue, minacce seguite da rapide smentite. Anche quando sono assolutamente superflue, come in questo caso. Uno dice, e spera: magari è semplicemente sbroccato Penati. Interpellati sull’argomento, però, Bersani e D’Alema hanno fatto i finti tonti, dichiarando che “il ruolo di Franceschini non è in discussione” ma evitando di censurare le parole dell’ex presidente della provincia di Milano. Che è un po’ come quando l’anno scorso D’Alema diceva che secondo lui Veltroni non doveva dimettersi. E certo: chi prendeva a pugni, poi?

Il bullismo di Penati risponde anche a un’altra esigenza, che è quella di galvanizzare l’ala più nostalgica e veterorosicona del proprio schieramento scagliandosi contro le primarie per la scelta del segretario. Benché Bersani non lo dica, se non con sfinenti giri di parole, per tutti i suoi sostenitori non è un segreto: occorre abolire le primarie per eleggere il segretario. Un lunghissimo salto all’indietro nel tempo con l’effetto esilarante e controproducente di apprestarsi a una campagna elettorale durante la quale il povero Bersani dovrà chiedere agli elettori delle primarie (quindi quelli a cui le primarie interessano, quelli che ci tengono) di votare per lui, così che lui possa non farli votare mai più, dato che li considera nel migliore dei casi degli estranei, nel peggiore dei casi degli inetti che sfuggono alla pratica iniziatica della vita di sezione e che magari vogliono inquinare i risultati delle urne.

Intanto, giusto per non farsi mancare niente, gli stessi bersaniani che non mancano occasione per lanciare i propri strali contro la lottizzazione e la politica che mette le mani nella Rai, gli stessi che andranno alla manifestazione per la libertà di stampa, hanno piazzato Bianca Berlinguer alla direzione del Tg3, come da accordi di spartizione fatti a tavolino col centrodestra. Evidentemente la lottizzazione fa schifo solo quando la fanno gli altri. Subito dopo le primarie, poi, partiranno le grandi manovre di corteggiamento nei confronti dell’Udc, in vista delle regionali e non solo. Casini non vuole rinunciare ad avere le mani libere, quindi un accordo nazionale è altamente improbabile: quello che succederà, realisticamente, è che l’Udc sceglierà regione per regione tra centrodestra e centrosinistra sulla base di chi ha le maggiori possibilità di vittoria. E quando vorrà accettare l’alleanza “innaturale” col Pd, lo farà in cambio importanti contropartite, come la poltrona di candidato a governatore o le teste di personaggi come Vendola o Marrazzo. D’altra parte, quando al tavolo delle trattative sono seduti un partito disperato e rachitico che ha solo da perdere, cioè il Pd, e uno che si diverte a fare l’ago della bilancia e può permettersi di giocare a chi offre di più, cioè l’Udc, il copione è in buona parte già scritto. Spiegatelo a Bersani.

(per Giornalettismo)

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La mia convenzione PD

Nel mio circolo è andata così:
- Bersani: 7 voti
- Franceschini: 6 voti
- Marino: 5 voti
Io, ovviamente, sostenevo la mozione Marino. La cosa che più fa rabbrividire è che sono l'unico under 30 tra i tesserati, i quarantenni non esisitono, si salta a uomini e donne (pochissime) di 50 anni e poi c'è un bel gruppo di over.
Hai voglia a rinnovare...

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Sì, il dibattito sì

A pensarci bene, si tratta di una cosa tipicamente italiana. Come nel calcio: la squadra in vantaggio – anche con un risicatissimo uno a zero – preferisce giocare in difesa, fare catenaccio e aspettare il novantesimo. La squadra che perde si getta in attacco, all’arrembaggio, guidata non dal coraggio bensì dalla dalla disperazione: dovessero raggiungere il pareggio e, perché no, passare in vantaggio, le parti si ribalterebbero all’istante. Per questo motivo l’annosa e noiosa questione del dibattito tra i candidati a segretario del Pd è la cosa più grigia, deprimente e prevedibile che potessimo aspettarci al ritorno dalle vacanze.

Nelle democrazie sane, nei partiti sani, questo tipo di problemi non esiste. I concorrenti a una qualsiasi carica, sia questa la leadership di un partito o un incarico pubblico, dibattono e si confrontano senza timori. Lo fanno perché vogliono mostrarsi migliori dei propri avversari, metterli in difficoltà, sfidarli. Lo fanno perché gli elettori lo vogliono, e qualunque rifiuto a partecipare a un dibattito equivarrebbe alla morte di ogni aspirazione: nessuno vuole votare un fifone o chi con freddo cinismo antepone il proprio personale calcolo alla qualità della loro opinione. Ma lo fanno soprattutto per una motivazione fondamentale, sulla quale concordano tutti: che è giusto. Citare le recenti elezioni presidenziali americane può essere fuorviante, perché il paragone è un po’ forzato. Ma tra i ventisei dibattiti a cui hanno preso parte Hillary Clinton e Barack Obama, e quelli a cui parteciperanno i candidati alla segreteria del Partito Democratico (zero), non dovrebbe essere complicato trovare un compromesso soddisfacente.

Nelle democrazie malate, nei partiti malati, si propone invece il meccanismo della partita di calcio di cui sopra. Nel 2001, quando Berlusconi era sicuro della vittoria, Francesco Rutelli chiese disperatamente un confronto televisivo, affermando di avere «tre domande da fare a Silvio Berlusconi». Santoro e Vespa misero a disposizione i loro studi ma non se ne fece nulla. Rutelli si arrabbiò – «Dimostra fifa e arroganza» – ma gli italiani votarono comunque Berlusconi, tra gli strali degli elettori democratici. Nel 2006, copione ribaltato: Prodi in vantaggio e Berlusconi a chiedere un confronto. Solo che qui Prodi accetta (bravo) e gli elettori si godono non uno ma ben due confronti televisivi: il primo vedrà il Professore uscire vincitore, il secondo sarà completamente appannaggio di Berlusconi, con la nota promessa finale sull’abolizione dell’Ici. Nel 2007 si vota per eleggere il primo segretario del Pd. Rosy Bindi ed Enrico Letta chiedono più volte un confronto televisivo, ma il front-runner Walter Veltroni taglia corto: «In tv ci vado pochissimo e ci andrò ancora meno». Non passano nemmeno nove mesi che arrivano le elezioni politiche. Il candidato in vantaggio è di nuovo Berlusconi e allo sfidante dell’opposizione, lo stesso Walter Veltroni di prima, viene improvvisamente voglia di andare in tv: «Penso che per i cittadini sia un grande torto non concedergli la possibilità di sentire le opinioni a confronto». Una giravolta mica male, no?

Dato che tra un mese si vota per eleggere (di nuovo: durano poco) il segretario del Partito Democratico, Giuseppe Civati ha proposto ai tre candidati un confronto pubblico. Ignazio Marino ha dato immediatamente la propria disponibilità, ma i due maggiori candidati sembrano non volerne sapere. Franceschini ha mostrato di avere senso dell’umorismo, dichiarando che il confronto «ci sarà l’11 ottobre, durante la convenzione», mentre Bersani non si è neppure degnato di rispondere. Come da copione, insomma: anche loro due hanno più cose in comune col premier di quanto possa sembrare. Agli elettori democratici, gli stessi che hanno pensato ogni male di Berlusconi per il suo essersi sottratto al confronto nel 2001 e nel 2008, la cosa sembra non importare molto. Voteranno davvero per qualcuno che replica esplicitamente i comportamenti del loro odiato avversario, e che con ogni probabilità nel 2011 implorerà Berlusconi o chi per lui di partecipare a un confronto, riempiendosi la bocca di pompose dichiarazioni sulla democrazia e l’importanza del dibattito? Probabilmente sì, e perderanno ancora: dovendo scegliere tra un candidato berlusconiano e uno che imita i suoi pavidi trucchetti professandosi nuovo e alternativo, gli italiani continueranno a preferire l’originale.

(per Giornalettismo)

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Di tutto, di più

Parlando di Pd e Rai, la cosa più banale da notare sarebbe che mentre sia Bersani che Franceschini sostengono a gran voce di voler mettere fine alla pratica della lottizzazione, le nomine di Raitre e del Tg3 sono bloccate (da loro) in attesa del congresso, così che chi vinca possa scegliere i suoi uomini e trattare da una posizione di forza. Ancora più banale è osservare come il comportamento di Bersani e Franceschini, che ultimamente sembrano avere molto a cuore la libertà di stampa e i condizionamenti dell’informazione, stia condizionando il lavoro dei giornalisti del Tg3 e quello dei quadri della rete: appesi al risultato di una competizione partitica che dovrebbero limitarsi a raccontare con obiettività e serenità.

C’è un’altra cosa, però. Sembra che il direttore generale della Rai, Mauro Masi, stia pensando di fare queste benedette nomine di Raitre senza aspettare ancora, dato che la legge non lo obbliga affatto a recepire i suggerimenti dell’opposizione. Sembra inoltre che Masi possa fare delle nomine difficili da rigettare tout court o bollare come inadeguate o vendute al padrone: Enrico Mentana al Tg3 e Giovanni Minoli a Raitre. Con tutti i loro difetti, due nomi di esperienza, autonomia e caratura due o tre volte superiori a quelli delle mezze figure attorno alle quali si sta accapigliando il Pd. Se Masi dovesse forzare la mano e fare le nomine, potete scommettere che il volume delle accuse aumenterebbe a dismisura – «Non abbiamo nulla contro i nomi, bensì contro il metodo!», non li vedete già? – col paradosso di rivendicare a gran voce il mancato utilizzo di un privilegio odioso del quale si dice di voler fare a meno, per promuovere giornalisti e dirigenti meno bravi ma magari più disciplinati. Un autogol nell’autogol. Insomma, rischiamo di assistere a un altro mirabolante caso Villari: non dite che non eravate stati avvisati.

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Tu chiamale se vuoi (e)mozioni

Se avete tempo da perdere (ma tanto) e non avete ancora ceduto di fronte all'orrore della politica qui potete leggere le tre mozioni dei candidati alla ambita (come no) poltrona di segretario del PD.
Questo è proprio un blog di servizio.

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PD Soap: nelle puntate precedenti

State attenti a non perdere il filo ché poi non capite più quello che sta succedendo.
Francesco Costa ci mette in guardia su un possibile inciucio di proporzioni megagalattiche dentro il PD  e gode dell'appoggio che Bassolino da a Bersani, perché Bersani non è il suo candidato di riferimento (che è Marino).

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Meglio del ritorno di Cannavaro alla Juve

Fiato alle trombe: al prossimo venturo congresso del PD si sono candidati Bersani e Franceschini! Due nomi che mettono i brividi e che scaldano il cuore allo stesso tempo e che accolgo con la stessa gioia con cui i tifosi juventini hanno accolto il ritorno di Cannavaro (campione del mondo che è da così tanto tempo sul viale del tramonto che lo sta percorrendo avanti e indietro).
 
Mi sto paragonando ai tifosi della Rubentus, pensate voi... Comunque non dimenticate che:
- Cuordileone Bersani è quello che quando Veltroni vacillava diceva che avrebbe dovuto candidarsi alle primarie contro Walter perché lui sì che sapeva come si fa il PD. Quando il segretario si è dimesso e bisognava attraversare i gironi dell'inferno ha pensato bene di scomparire per tornare indietro come salvatore della patria. Il suo sponsor è D'Alema.
- Franceschini, vice dell'ex-segretario, si è fatto carico del PD nel momento peggiore, dichiarando che lo avrebbe portato al congresso (più morto che vivo) e che non si sarebbe candidato. Infatti si è candidato. Lo sponsor è Veltroni.
 
Visto che 'sti quattro arnesi non la capiscono che devono fare un passo indietro, che sono riusciti a perdere anche quando vincevano (di poco), che hanno dato quel (poco) che avevano, che con loro non riusciremo non solo a vincere, ma nemmeno a perdere con dignità, che Veltroni contro D'Alema ha francamente rotto i coglioni, spero che le cose che si stanno muovendo (Serracchiani, i piombini, ecc. ecc.) facciano qualcosa di buono.

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Se almeno non piovesse tanto

Luca Sofri ne ha per Bersani ma anche per tutti noi. Giustamente.

[...] Mi chiedo se prendere atto costruttivamente delle condizioni umane dell'Italia non possa servire. Mi chiedo se non si possa cercare di migliorarla a partire non dalle sue grandi chances e ricchezze, ma a partire dal suo disastro. Avendolo ben chiaro. Avendo ben chiaro che è un lavoro ingrato, lungo, e con buone probabilità perdente. Avendo come motto non "Yes we can" - che sarebbe ipocrita e illusorio - ma "Maybe we can't, but we have no choice". [...]

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