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Il blog di Alessandro M. 
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Nobel all'intenzione

Ma aspettare che effettivamente facesse qualcosa per la pace non sarebbe stato più giusto?

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La statura internazionale del Paese

La stretta di mano che non c'è.

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La t-shirt della pace

L'avevo notata anch'io quella maglietta.


La figlia maggiore del presidente (che ieri con la sorellina ha fatto un credo immangiabile gelato alla banana) sfoggiava per le vie della Capitale una t-shirt con il simbolo della pace. Dedicato a tutti quelli che dicono: tanto non cambia mai niente. | only connect

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La mano mancina è la mano che governa il mondo

Sono orgoglione di farvi notare che la mano che governa il mondo è una mano mancina!
Il caro Barack, presidente supercool, in effetti non poteva non avere una caratteristica fondamentale della coolness: la mancinità. La qual cosa ci rende ancora più simili di quel che pensavo, e me lo rende ancora più simpatico.
Il quesito marzulliano è: Obama è cool perché è mancino? Oppure è mancino perché è cool? L'importante è che faccia diventare il mondo un posto migliore anche per noi mancini, minoranza meno tutelata delle balene e dei cuccioli di foca, costretti a vivere in una realtà destrorsa, fatta su misura per gli altri, per la maggioranza, con oggetti e utensili che sono per noi contronatura.
Change has come: il mondo svolta a sinistra!
(ho fatto questa fondamentale scoperta grazie a giovani tromboni)

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Cool

Lui è un fenomeno, c'è poco da fare. Ma un qualcuno di almeno dignitoso da noi non si riesce a trovare?

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Rinuncio! Rinuncio?

Richardson indagato lascia Obama
			 
Colpo a Obama, ministro sotto inchiesta rinuncia
13:34  ESTERIGuai per il governatore Richardson, indicato al Commercio
 
'sti americani, così inseperti... Mai un politico italiano avrebbe rinunciato ad un incarico per essere finito sotto inchiesta. Ingenuotti.

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Anche noi, nel nostro piccolo

La rivincita delle sinistre mondiali: agli spagnoli Zapatero, agli americani Obama, a noi Vladimir Luxuria.

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Copio&Incollo: Una missione per la politica @ Tito Boeri

Sono in molti in Italia ad avere issato lo spinnaker sperando di gonfiarlo col ponente teso che spira dopo la vittoria di Barack Obama. Ma non basta usare vele con nomi anglosassoni e agitare le bandiere di "chi può" per tornare a essere politicamente competitivi. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti ha di fronte a sé un'agenda obbligata e margini di manovra molto ristretti. Ha vinto con un programma meno radicale di quello di Hillary Clinton. Né si intravedono sin qui quei grandi cambiamenti nelle coalizioni di governo, i cosiddetti "political realignments", che preludono alle grandi svolte nella politica americana. I ripetuti messaggi di continuità con l'amministrazione Bush lanciati nella prima conferenza stampa da presidente degli Stati Uniti in pectore sono indicativi.

Investire sul futuro di Obama è perciò un'impresa ad alto rischio. Molto meglio investire sul passato di Obama, sulla sua incredibile campagna elettorale, fatta di primarie vere, dall'esito spesso imprevedibile perché molto più partecipate che in passato, e di internet, come strumento di comunicazione e di finanziamento. Abbiamo molto da imparare dal candidato Obama nel migliorare i processi di selezione della classe politica all'interno del nostro paese.

Il suo "yes, we can" è soprattutto un riconoscimento alla democrazia di internet, alla sua capacità di moltiplicare il potere delle idee, al di là, se non contro, i grandi mezzi di comunicazione. Ma internet non sarebbe bastato se non ci fossero state regole che permettono una vera competizione all'interno dei partiti, aperta anche a chi sta fuori dall'establishment.


Chi vuole raccogliere la bandiera di Obama deve accettare queste regole, deve permettere una vera competizione nel mercato del lavoro dei politici. Ne abbiamo disperato bisogno. I problemi del nostro paese sono in gran parte problemi di inadeguatezza della nostra classe dirigente, a partire dalla classe politica.
Nel passaggio dalla Prima alla seconda Repubblica il processo di selezione della nostra classe politica è solo peggiorato. Una volta esistevano i partiti di massa che svolgevano al loro interno la selezione. Contavano le decisioni dei vertici, ma anche i militanti potevano dire la loro. Difficile essere candidato senza il gradimento della base, anche in un collegio elettorale sicuro. Poi i partiti di massa si sono sgonfiati, il rapporto fra militanti ed elettori è crollato, e sono rimasti quasi solo i capi partito a selezionare la classe politica.

Il loro potere è sopravvissuto alla crisi dei partiti, in alcuni casi si è addirittura rafforzato grazie alla crisi dei partiti, come dimostrano i tanti one-man party che sono fioriti negli ultimi anni.

Cosa ha dato a questi comandanti senza esercito tanto potere? Sicuramente il finanziamento pubblico dei partiti che ha messo ingenti risorse a disposizione delle segreterie. Ma anche regole elettorali, come le liste bloccate, che hanno reso autocratica la selezione dei politici. Come è stato usato tutto questo potere dai segretari dei partiti? Male, molto male, almeno dal nostro punto di vista. Abbiamo avuto parlamentari sempre più vecchi e sempre meno istruiti, come documentano i dati raccolti da un gruppo di ricercatori coordinati da Antonio Merlo dell'Università della Pennsylvania (www. frdb. org). La quota femminile è rimasta più o meno la stessa. Sono, invece, aumentate le cooptazioni all'interno della classe dirigente: la quota di manager tra i nuovi parlamentari, ad esempio, è costantemente cresciuta fino a toccare il record nelle ultime elezioni, con un manager ogni quattro nuovi eletti.

La candidatura di qualcuno dell'establishment rientra spesso in uno scambio di favori. Meglio se il candidato è inesperto e non intende fare carriera in politica. Anche a costo di sguarnire le commissioni parlamentari, è bene tarpare le ali a potenziali concorrenti. Fatto sta che in Italia c'è una fortissima rotazione nei parlamentari: un deputato su tre rimane in carica per un solo mandato, contro, ad esempio, uno su cinque negli Stati Uniti. E' un bene? Niente affatto. La politica è una professione impegnativa, si impara facendo.

Oggi l'Italia è dominata da un gruppo ristretto di politici a vita che danno l'illusione del ricambio permettendo a innocui "volti nuovi" di entrare a Montecitorio o a Palazzo Madama. Non si investe in nuovi parlamentari. Né i nuovi parlamentari investono in una carriera tra gli scranni: semmai il Parlamento diventa un parcheggio, una pausa in cui coltivare reti di relazioni utili per il dopo.

Il tutto avviene, ovviamente, a carico dei contribuenti. Ed è un carico elevato dato che gli stipendi dei parlamentari sono aumentati a tassi da boom economico (+4% l'anno) dal 1980 ad oggi, mentre il Paese entrava progressivamente in una lunga fase di stagnazione. La nostra ben pagata pattuglia al Parlamento Europeo è storicamente quella coi tassi di rotazione più alti dell'Unione: addirittura un parlamentare su tre lascia prima della fine del suo mandato. E' un mestiere complicato quello del parlamentare europeo. Quando si comincia a imparare qualcosa, si sono già fatte le valige, meglio i bauli, del rimpatrio.

I cappellini pro-Barack sono "one size fits most", una taglia va bene per molti, ma non per tutti. Chi vuole metterseli in testa deve accettare di cambiare le regole di selezione della classe politica. Basta col finanziamento pubblico dei partiti. Basta con le liste bloccate. Meno parlamentari e, quei pochi, scelti con cura dalla base dei partiti nell'ambito di primarie vere, il cui esito non è precostituito dalle segreterie. C'è qualcuno lassù disposto a raccogliere questa sfida?
| Tito Boeri via repubblica.it

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Italiani, popolo di precursori

Oggi festeggiamo il primo presidente di colore degli USA; evviva, lodi ad Obama. La settimana scorsa abbiamo festeggiato (mica tanto, a dir la verità) il primo campione del mondo di formula uno di colore; evviva, lodi (poche) all'antipatico Lewis Hamilton.
Però noi, popolo italico, apparentemente tradizionalista e bigotto, già qualche anno fa abbiamo disintegrato questa barriera razziale: abbiamo eletto Denny Mendez Miss Italia. Che non avrà lo stesso peso politico del presidente USA, per carità, però si fa quello che si può.

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È la cosa più bella capitata a questo mondo dal 1989

Il titolo l'ho preso da un post di Luca Sofri.
In effetti, come dargli torto?

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