A pensarci bene, si tratta di una cosa tipicamente italiana. Come nel calcio: la squadra in vantaggio – anche con un risicatissimo uno a zero – preferisce giocare in difesa, fare catenaccio e aspettare il novantesimo. La squadra che perde si getta in attacco, all’arrembaggio, guidata non dal coraggio bensì dalla dalla disperazione: dovessero raggiungere il pareggio e, perché no, passare in vantaggio, le parti si ribalterebbero all’istante. Per questo motivo l’annosa e noiosa questione del dibattito tra i candidati a segretario del Pd è la cosa più grigia, deprimente e prevedibile che potessimo aspettarci al ritorno dalle vacanze.
Nelle democrazie sane, nei partiti sani, questo tipo di problemi non esiste. I concorrenti a una qualsiasi carica, sia questa la leadership di un partito o un incarico pubblico, dibattono e si confrontano senza timori. Lo fanno perché vogliono mostrarsi migliori dei propri avversari, metterli in difficoltà, sfidarli. Lo fanno perché gli elettori lo vogliono, e qualunque rifiuto a partecipare a un dibattito equivarrebbe alla morte di ogni aspirazione: nessuno vuole votare un fifone o chi con freddo cinismo antepone il proprio personale calcolo alla qualità della loro opinione. Ma lo fanno soprattutto per una motivazione fondamentale, sulla quale concordano tutti: che è giusto. Citare le recenti elezioni presidenziali americane può essere fuorviante, perché il paragone è un po’ forzato. Ma tra i ventisei dibattiti a cui hanno preso parte Hillary Clinton e Barack Obama, e quelli a cui parteciperanno i candidati alla segreteria del Partito Democratico (zero), non dovrebbe essere complicato trovare un compromesso soddisfacente.
Nelle democrazie malate, nei partiti malati, si propone invece il meccanismo della partita di calcio di cui sopra. Nel 2001, quando Berlusconi era sicuro della vittoria, Francesco Rutelli chiese disperatamente un confronto televisivo, affermando di avere «tre domande da fare a Silvio Berlusconi». Santoro e Vespa misero a disposizione i loro studi ma non se ne fece nulla. Rutelli si arrabbiò – «Dimostra fifa e arroganza» – ma gli italiani votarono comunque Berlusconi, tra gli strali degli elettori democratici. Nel 2006, copione ribaltato: Prodi in vantaggio e Berlusconi a chiedere un confronto. Solo che qui Prodi accetta (bravo) e gli elettori si godono non uno ma ben due confronti televisivi: il primo vedrà il Professore uscire vincitore, il secondo sarà completamente appannaggio di Berlusconi, con la nota promessa finale sull’abolizione dell’Ici. Nel 2007 si vota per eleggere il primo segretario del Pd. Rosy Bindi ed Enrico Letta chiedono più volte un confronto televisivo, ma il front-runner Walter Veltroni taglia corto: «In tv ci vado pochissimo e ci andrò ancora meno». Non passano nemmeno nove mesi che arrivano le elezioni politiche. Il candidato in vantaggio è di nuovo Berlusconi e allo sfidante dell’opposizione, lo stesso Walter Veltroni di prima, viene improvvisamente voglia di andare in tv: «Penso che per i cittadini sia un grande torto non concedergli la possibilità di sentire le opinioni a confronto». Una giravolta mica male, no?
Dato che tra un mese si vota per eleggere (di nuovo: durano poco) il segretario del Partito Democratico, Giuseppe Civati ha proposto ai tre candidati un confronto pubblico. Ignazio Marino ha dato immediatamente la propria disponibilità, ma i due maggiori candidati sembrano non volerne sapere. Franceschini ha mostrato di avere senso dell’umorismo, dichiarando che il confronto «ci sarà l’11 ottobre, durante la convenzione», mentre Bersani non si è neppure degnato di rispondere. Come da copione, insomma: anche loro due hanno più cose in comune col premier di quanto possa sembrare. Agli elettori democratici, gli stessi che hanno pensato ogni male di Berlusconi per il suo essersi sottratto al confronto nel 2001 e nel 2008, la cosa sembra non importare molto. Voteranno davvero per qualcuno che replica esplicitamente i comportamenti del loro odiato avversario, e che con ogni probabilità nel 2011 implorerà Berlusconi o chi per lui di partecipare a un confronto, riempiendosi la bocca di pompose dichiarazioni sulla democrazia e l’importanza del dibattito? Probabilmente sì, e perderanno ancora: dovendo scegliere tra un candidato berlusconiano e uno che imita i suoi pavidi trucchetti professandosi nuovo e alternativo, gli italiani continueranno a preferire l’originale.
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Parlando di Pd e Rai, la cosa più banale da notare sarebbe che mentre sia Bersani che Franceschini sostengono a gran voce di voler mettere fine alla pratica della lottizzazione, le nomine di Raitre e del Tg3 sono bloccate (da loro) in attesa del congresso, così che chi vinca possa scegliere i suoi uomini e trattare da una posizione di forza. Ancora più banale è osservare come il comportamento di Bersani e Franceschini, che ultimamente sembrano avere molto a cuore la libertà di stampa e i condizionamenti dell’informazione, stia condizionando il lavoro dei giornalisti del Tg3 e quello dei quadri della rete: appesi al risultato di una competizione partitica che dovrebbero limitarsi a raccontare con obiettività e serenità.
C’è un’altra cosa, però. Sembra che il direttore generale della Rai, Mauro Masi, stia pensando di fare queste benedette nomine di Raitre senza aspettare ancora, dato che la legge non lo obbliga affatto a recepire i suggerimenti dell’opposizione. Sembra inoltre che Masi possa fare delle nomine difficili da rigettare tout court o bollare come inadeguate o vendute al padrone: Enrico Mentana al Tg3 e Giovanni Minoli a Raitre. Con tutti i loro difetti, due nomi di esperienza, autonomia e caratura due o tre volte superiori a quelli delle mezze figure attorno alle quali si sta accapigliando il Pd. Se Masi dovesse forzare la mano e fare le nomine, potete scommettere che il volume delle accuse aumenterebbe a dismisura – «Non abbiamo nulla contro i nomi, bensì contro il metodo!», non li vedete già? – col paradosso di rivendicare a gran voce il mancato utilizzo di un privilegio odioso del quale si dice di voler fare a meno, per promuovere giornalisti e dirigenti meno bravi ma magari più disciplinati. Un autogol nell’autogol. Insomma, rischiamo di assistere a un altro mirabolante caso Villari: non dite che non eravate stati avvisati.
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Questo arriva dal blog di Luca Sofri:
Mi scrive argutamente il lettore Lorenzo che Franceschini appoggiato da Debora Serracchiani è come Joe Biden candidato alla presidenza con Obama come vice.
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Qui sotto c'è la mail che ho inviato al senatore Giaretta, responsabile del PD Veneto, dopo la Caporetto delle ultime elezioni. Ne ho mandato una copia anche al segretario Franceschini.
Giaretta mi ha risposo (un mito), Franceschini, per ora, no.
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PD - Commodore 64
Febbraio 26th, 2009 by MartaEro pronta a scrivere un pezzo sul PD 2.0, ma a leggere l’esecutivo nominato dal nostro segretario Franceschini devo intitolarlo al Commodore 64.
Se vi siete concentrati nel cercare qualcosa di nuovo avete perso tempo.
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